Il reddito di cittadinanza e l’UE

scritto da Horst Völser

Riassunto di un articolo di Matthias Göschke dalla rivista “Brand eins”

 

Dall’introduzione dell’euro continuano a crescere le tensioni economiche e politiche all’interno dell’UE. Sarebbe ipotizzabile un reddito di cittadinanza europeo, che rendesse il Vecchio Continente più equo e attrattivo per le persone?

Reddito di cittadinanza europeo: il denaro che può essere concesso in un primo momento ai cittadini di diversi Paesi.

Una volta introdotta la valuta europea, i Paesi economicamente più deboli si sono trovati in difficoltà: non esistendo più le loro monete nazionali, non era più possibile una svalutazione in base all’effettivo livello di “prestazioni”, mettendo così a segno un duro colpo per la loro competitività. Nell’eurozona esistono solo quattro modi di affrontare gli squilibri economici, ognuno con le proprie problematiche:

  • tagli dei salari e dei prezzi nelle regioni più povere,
  • aumento dei salari e dei prezzi nelle regioni più ricche,
  • migrazione di persone dalle regioni povere a quelle benestanti,
  • trasferimenti monetari dalle regioni più forti a quelle più deboli.

 

Il problema della forbice salariale

In teoria, sul mercato interno europeo, salari e prezzi si formano liberamente. In pratica, invece, negli Stati membri più poveri non sono possibili riduzioni di questi due fattori senza mettere a rischio la pace sociale. Nemmeno gli aumenti di salari e prezzi nei Paesi più ricchi possono essere applicati nella misura necessaria, come dimostra l’esempio della Germania, con la sua cauta evoluzione dei salari reali dall’introduzione dell’euro.

 

La questione della migrazione del lavoro

All’interno dell’UE, le persone possono trasferirsi per motivi di lavoro in qualsiasi altro Stato membro. Tuttavia, se sono costretti a farlo a causa delle condizioni economiche del loro Paese d’origine, come l’elevata disoccupazione giovanile, la questione diventa pericolosa. Mentre nell’Europa orientale e meridionale le famiglie vengono divise e intere regioni disabitate, nelle metropoli del nord-ovest europeo gli affitti aumentano e le infrastrutture si avvicinano ai loro limiti. Questi problemi sono una delle cause dell’ascesa di partiti e movimenti populisti: la decisione a favore della Brexit nel 2016 sarebbe stata molto probabilmente diversa senza il forte afflusso di lavoratori migranti dai Paesi dell’Est verso l’Inghilterra.

 

Trasferimenti che non possono essere definiti tali

Da un lato, le norme dell’eurozona impediscono i trasferimenti monetari tra Paesi, dall’altro lato vi è un enorme fabbisogno. Ciò è evidente, tra l’altro, nella prassi ormai comune della Banca centrale europea (BCE) di acquistare titoli di Stato su larga scala, cui la Corte di Giustizia europea ha finalmente dato il suo benestare. Tale pratica si traduce in trasferimenti che, nonostante venga assicurato il contrario, sarebbero voluti.

Sarebbe meglio giocare a carte scoperte, come nel sistema di perequazione fiscale dei Länder federali tedeschi, esempio di successo di trasferimenti permanenti. Questi rallentano lo spopolamento delle aree strutturalmente deboli e l’afflusso in alcune regioni ad alta concentrazione urbana. Tali compensazioni monetarie sono anche nell’interesse delle regioni benestanti, che possono vendere le loro merci in quelle più povere solo in presenza del corrispondente potere d’acquisto.

Inoltre, l’unica ragione per cui in un’unione monetaria ci sono Paesi maggiormente forti e competitivi, è perché le zone più povere deprimono il tasso di cambio. Se la Repubblica Federale dovesse abbandonare l’euro, la nuova moneta tedesca si apprezzerebbe all’incirca del 30 percento. Di conseguenza, le merci tedesche dovrebbero improvvisamente diventare più costose del 30 percento sul mercato mondiale e, al contrario, le importazioni dovrebbero diminuire del 23 percento circa.

 

Prendere atto della realtà è utile

Vi sono quindi buone ragioni per istituire un sistema permanente ed equo di trasferimenti all’interno dell’eurozona. Vi è giustamente un’avversione ad aiutare gli Stati che amministrano male i fondi pubblici. Tuttavia, ciò non cambia il fatto che i trasferimenti debbano avvenire nell’interesse di tutti nell’eurozona e che sono già, anche se non ufficialmente, una realtà.

L’esempio italiano: anche se questo Paese avesse un governo e un’amministrazione esemplari, non raggiungerebbe mai il livello economico della Germania. Il divario è troppo ampio e le condizioni troppo diverse, tra cui una base industriale e una media imprenditoria (o la loro assenza), un sistema di credito e di istruzione efficiente, una domanda interna sana, un’infrastruttura funzionante, condizioni giuridiche stabili, un trattamento fiscale adeguato e, ultimo ma non per importanza, ciò che viene definito solo approssimativamente con il termine “mentalità”.

 

Cosa conta davvero

La stabilità e la pace dipendono più da un’equa distribuzione della ricchezza che dal livello complessivo di “benessere”. Poiché la produzione di beni e servizi è sempre più automatizzata, una quota crescente del valore aggiunto va a coloro che finanziano queste macchine, ovvero gli investitori. Con il progredire dell’automazione, la prosperità generale aumenta, mentre l’occupazione diminuisce. Se ciò non può essere compensato da una riduzione degli orari e da salari più elevati, si verifica un pericoloso squilibrio tra capitale e lavoro. Questo processo subirà un’impennata con l’avanzare della digitalizzazione.

Come pronosticato da quasi cent’anni e anche più recentemente da importanti attori economici come il CEO di Siemens, Joe Kaeser, prima o poi sarà inevitabile che tutti i cittadini partecipino al valore aggiunto generato dall’automazione. La questione che rimane aperta è: COME?

 

Un reddito di cittadinanza europeo

Un’ipotetica soluzione è un fondo pubblico europeo a disposizione dei cittadini. Tutti gli Stati membri dell’eurozona verserebbero nel piatto una somma, secondo una determinata proporzione. Si dovrebbe tener conto del numero degli abitanti, della forza economica (misurata in termini di prodotto interno lordo, PIL), del saldo delle partite correnti pro capite, di un fattore dello Stato di diritto e di altri elementi che scontino gravi violazioni delle norme di Maastricht.

Il fondo pubblico erogherebbe mensilmente un determinato importo a ciascuna persona legalmente stabilita in uno Stato membro dell’eurozona. Questo reddito di cittadinanza europeo si baserebbe sull’importo pro capite pagato dallo Stato interessato e potrebbe variare in base ad alcuni fattori, quali il potere d’acquisto del Paese stesso.

Questo sistema potrebbe rendere i trasferimenti, già inevitabili, una pratica ragionevole per tutti e compensare, in parte, gli squilibri economici dell’eurozona. Tutti i cittadini avrebbero diritto a tale pagamento: questa pratica sarebbe di gran lunga in linea con il progetto europeo. Le precarie condizioni di vita di molte persone, anche in Germania, migliorerebbero e i pagamenti non potrebbero disperdersi nell’apparato amministrativo pubblico.

 

La chiave di ripartizione

La causa principale degli squilibri all’interno di un’unione monetaria è la divergenza dei saldi delle partite correnti. Per questo motivo, Stati membri come l’Irlanda, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e Malta, che registrano un’elevata eccedenza delle partite correnti non causata dall’economia reale, sarebbero invitati a pagarne il conto.

L’esempio dell’Irlanda lo dimostra: nel 2017, lo Stato aveva un’eccedenza eccezionalmente elevata, pari all’8,5 percento del PIL. A confronto, la Germania, primo Paese esportatore al mondo, raggiungeva solo l’8 percento. Una delle principali ragioni sembrano essere gli enormi benefici fiscali per i giganti di Internet, che attirano notevoli capitali in Irlanda. Tuttavia, dal momento che gli utili non vengono quasi mai tassati, il valore aggiunto non giova affatto alla comunità europea.

Ciononostante, l’eccedenza delle partite correnti irlandesi ha un lato positivo, in quanto porta a un apprezzamento dell’euro e quindi a un aumento del costo di tutte le esportazioni dell’eurozona. In breve si potrebbe dire che, attirando le aziende informatiche, l’Irlanda contribuisce, per esempio, a rendere ancora più ardua la competizione degli esportatori italiani sul mercato mondiale di quanto già non lo sia. Lo stesso vale per il Lussemburgo, i Paesi Bassi e Malta. La Germania si colloca solo al quinto posto nell’eurozona in termini di eccedenze pro capite delle partite correnti, quindi non sarebbe la prima chiamata a pagare.

Nel 2017, l’intera eurozona ha generato un’eccedenza delle partite correnti del 3,8 percento, pari a 1.261 euro pro capite. Se si sottrae tale importo medio dai valori pro capite dei singoli Stati dell’eurozona, si ottiene una panoramica interessante.

6 Paesi su 19 sono al di sopra e 13 al di sotto della media dell’eccedenza pro capite dell’eurozona. Paradisi fiscali quali Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Malta sono ancora davanti al campione del mondo delle esportazioni, ovvero la Germania. Fa riflettere lo scarso risultato della Francia (quart’ultimo posto, dopo la Grecia), che colloca in una luce diversa il movimento dei gilet gialli.

 

Come sarebbe

La liquidazione potrebbe iniziare con importi relativamente modesti ed essere incrementata negli anni successivi. Un modello di calcolo che raggruppi adeguatamente questi fattori darebbe il seguente quadro.

Gli importi rappresentano in totale l’1,5 percento del PIL dell’eurozona. Il contributo netto della Germania corrisponderebbe allo 0,48 percento del suo PIL. Nel frattempo, la Repubblica Federale starebbe risparmiando interessi passivi pari all’1,53 percento del PIL all’anno, a causa dei tassi bassi della BCE, mentre il salvataggio delle banche le sarebbe costato il 2,07 percento del PIL.

I fondi necessari potrebbero essere raccolti, ad esempio, attraverso un’imposta ambientale, l’IVA o la ridistribuzione delle prestazioni sociali. In quest’ultimo caso, le spese di amministrazione potrebbero anche essere notevolmente ridotte per via del reddito di cittadinanza europeo.

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